top of page

Il ricovero psichiatrico senza consenso in Francia

ree

Quando un cittadino italiano viene ricoverato d’urgenza in un reparto psichiatrico francese, i familiari si trovano improvvisamente a dover decifrare norme, sigle e prassi sconosciute. La vicenda che ha ispirato queste pagine è quella di un sessantenne in viaggio di lavoro, trasferito d’autorità dall’albergo all’ospedale dopo un episodio di aggressività. Nel giro di quarant-otto ore il prefetto ha firmato un provvedimento di « hospitalisation complète »; pochi giorni più tardi il juge des libertés et de la détention (JLD) ha convalidato la misura. Il lettore troverà qui un quadro ragionato – e non un catalogo – di ciò che la legge francese prevede, di come si esercita il diritto d’appello dinanzi alla Corte d’appello territorialmente competente, di quali tutele processuali offre il diritto europeo e di come preparare un rientro sanitario verso l’Italia.



Due modelli a confronto


In Francia la cura psichiatrica senza consenso affonda le radici negli articoli L 3211-1 ss. del Code de la santé publique. Il legislatore distingue la decisione prefettizia, fondata sulla tutela dell’ordine pubblico o della sicurezza altrui, da quella su richiesta di un terzo: in entrambi i casi il JLD interviene entro dodici giorni per verificare la proporzionalità della privazione di libertà. La prosecuzione oltre il dodicesimo giorno resta possibile solo se il magistrato convalida le condizioni di legge, avvalendosi del fascicolo clinico aggiornato e ascoltando personalmente il paziente legifrance.gouv.fr.


In Italia, invece, il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) è regolato dagli articoli 33-35 della legge 833/1978, applicazione concreta dei princìpi della riforma Basaglia. Il sindaco, su proposta medica, ordina il ricovero e il giudice tutelare lo convalida entro quarantotto ore; la durata ordinaria è di sette giorni prorogabili. Il parallelismo fra i due sistemi non deve trarre in inganno: i tempi francesi sono più serrati nella fase di controllo iniziale, ma la misura può protrarsi per mesi, con verifiche mensili, finché sussiste il rischio che ha motivato l’ingresso. In Italia, invece, la cultura del territorio e dei servizi comunitari tende a ridurre la permanenza in reparto legifrance.gouv.fr.



Le prime fasi procedurali


Nelle ventiquattr’ore successive all’arrivo in ospedale il direttore sanitario fa redigere un certificato clinico che conferma, integra o smentisce il referto di pronto soccorso. Trascorse settantadue ore se ne produce un secondo; qualora entrambi attestino la persistenza di un disturbo mentale grave e il pericolo attuale, il dossier viene trasmesso al JLD. Il paziente e la famiglia devono riceverne copia in una lingua comprensibile. Dal 2010 il diritto all’interpretazione e alla traduzione è tutelato in tutta l’Unione dalla direttiva 2010/64/UE, recepita in Francia all’articolo R 3211-7 del codice sanitario eur-lex.europa.eulegifrance.gouv.fr.


Durante questa fase la persona può nominare un avvocato; se non dispone di mezzi sufficienti, l’aide juridictionnelle – l’equivalente legale del patrocinio a spese dello Stato – copre integralmente gli onorari perché la privazione della libertà rientra fra le ipotesi di assistenza obbligatoria.



L’udienza dinanzi al JLD


Il giudice delle libertà e della detenzione è una figura ibrida, competente sia in materia penale sia civile, creata per garantire il controllo indipendente su qualunque misura restrittiva.


L’udienza può avvenire nella sala visite dell’ospedale o via videoconferenza; sono presenti paziente, avvocato, pubblico ministero e medico. Il JLD dispone di tre opzioni: convalidare l’hospitalisation complète; convertirla in un “programma di cure” ambulatoriale; revocarla immediatamente. Nel nostro caso-tipo è maturata la convalida perché i referti parlavano di delirio persecutorio attivo, solo parzialmente contenuto da terapia orale, e di rischio concreto per terzi.



Il diritto d’appello: dieci giorni decisivi


La decisione del JLD viene notificata al paziente con traduzione in italiano. Da quel momento decorre un termine perentorio di dieci giorni « franchi »: si calcolano escludendo il giorno iniziale e includendo il decimo anche se coincide con sabato o domenica. L’atto di appello, motivato in forma sintetica, va depositato al greffe della Corte d’appello territorialmente competente; la norma (articolo R 3211-19) consente l’invio « con qualsiasi mezzo », quindi anche posta elettronica certificata, fax o raccomandata legifrance.gouv.fr. È possibile verbalizzare oralmente la dichiarazione presso il direttore dell’ospedale, il quale deve trasmetterla immediatamente al greffe. La rappresentanza tecnica non è obbligatoria ma vivamente consigliata, specie se si intende introdurre elementi clinici complessi o invocare il progetto di rimpatrio.


L’appello non sospende l’esecuzione: la misura continua, ma la Corte d’appello deve fissare udienza entro dodici giorni dal ricevimento. L’audizione replica in larga parte la procedura davanti al JLD, con l’aggiunta che il collegio potrà disporre perizie indipendenti se lo ritenga opportuno, in virtù dell’articolo L 3211-12-1 legifrance.gouv.fr.



Il ruolo del diritto dell’Unione


Tre pilastri comunitari si intrecciano alla disciplina nazionale. La già citata direttiva 2010/64/UE garantisce l’accesso gratuito all’interpretariato; la direttiva 2011/24/UE sulla mobilità dei pazienti consente di farsi curare nello Stato di residenza con rimborso alle tariffe nazionali, purché l’autorità sanitaria preautorizzi o si tratti di prestazione non ottenibile entro un termine clinicamente giustificato cleiss.freur-lex.europa.eu. Il regolamento 883/2004, infine, coordina i regimi di sicurezza sociale e introduce il modulo S2, con cui l’ente italiano competente si fa carico dei costi in un altro Paese UE: lo strumento torna utile quando l’ospedale italiano chiede garanzie di finanziamento prima di accogliere il rimpatrio europa.eusozialversicherungen.admin.ch.


Presentare alla Corte d’appello una lettera di accettazione del Dipartimento di Salute Mentale italiano, corredata di piano terapeutico, non è dunque un semplice fatto clinico, ma un argomento giuridico: dimostra che la misura francese non è più necessaria, perché esiste un’alternativa in grado di garantire cura e sicurezza.



Preparare il rientro: certificati, trasporti, coperture


Se la Corte revoca l’hospitalisation complète o la converte in programma di cure esterno, il trasferimento diventa tecnicamente possibile. Occorre prima di tutto un certificato di idoneità al viaggio rilasciato nelle quarant-otto ore precedenti la partenza, in lingua francese e con traduzione giurata. Subito dopo si sceglie il mezzo: ambulanza transfrontaliera se il tragitto resta entro le otto-dieci ore di strada; volo di linea con infermiere accompagnatore se il paziente è collaborativo; jet sanitario – la soluzione più costosa – quando l’agitazione richiede sedazione endovenosa o contenimento fisico.


I costi variano: un’ambulanza specializzata può costare fra duemila e tremila euro per la tratta Alsazia–Lombardia, per esempio, mentre un volo di linea con nurse escort si aggira sui duemila-duemilacinquecento; il jet sanitario supera talvolta i ventimila, ma garantisce decolli rapidi e atterraggi in aeroporti secondari. Il Consolato generale d’Italia può anticipare parte della spesa tramite il rimpatrio umanitario previsto dal D.P.R. 200/1967, articolo 24, recuperando poi l’importo in base alla capacità contributiva della famiglia.


Un secondo pacchetto di documenti completa il dossier: la lettera di accettazione dell’ospedale italiano, la copia integrale della cartella clinica francese (che l’ospedale deve rilasciare entro otto giorni dalla richiesta scritta) e, se si opta per il finanziamento comunitario, il modulo S2 emesso dall’ASL. Quest’ultimo certifica che l’Italia si assume i costi del ricovero, consentendo un addebito diretto fra ospedali.



E se il paziente non è ancora stabile?


Può accadere che la Corte confermi la misura oppure che il paziente rifiuti il rimpatrio. In tal caso la procedura francese prevede certificati mensili e una nuova udienza automatica ogni sei mesi; la famiglia italiana può comunque presentare istanza di revoca ogni volta che emergano elementi nuovi. Poiché l’articolo L 3211-12-1 esige due perizie indipendenti per chiudere anticipatamente l’hospitalisation complète, è determinante fornire referti aggiornati di specialisti esterni, magari italiani, capaci di dialogare con i colleghi francesi legifrance.gouv.fr.


L’ostacolo più frequente resta la barriera linguistica. Il JLD e la Corte d’appello accettano l’interprete telefonico, ma la famiglia può chiedere la presenza fisica di un traduttore durante gli esami clinici cruciali, invocando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la direttiva 2010/64/UE. Il principio è chiaro: il paziente deve comprendere le spiegazioni del medico e partecipare effettivamente alla procedura che lo concerne.



Ritorno in Italia e continuità del trattamento


Una volta rientrato, il paziente ricade sotto la normativa italiana. Il Dipartimento di Salute Mentale valuta se proporre o meno un TSO: se i criteri del pericolo grave e attuale persistono, il sindaco può ordinare un nuovo ricovero, che il giudice tutelare convalida. Diversamente, si apre un percorso ambulatoriale con visite programmate e sorveglianza territorio-centrica. Vale la pena ricordare che la durata massima del TSO in reparto è di sette giorni, prorogabili di settimana in settimana, ma nella pratica molti servizi puntano a un rientro rapido a domicilio con supporto familiare.


Parallelamente l’ASL può avviare la pratica di invalidità civile e fornire ausili economici; la famiglia dovrà presentare la cartella clinica francese tradotta e, se necessario, chiarire la posizione assicurativa rispetto all’episodio avvenuto all’estero.



Conclusione


Affrontare un ricovero psichiatrico coatto in Francia non è un’impresa priva di coordinate: la legge francese opera in stretta connessione con i principi UE, mentre gli strumenti italiani – dal modulo S2 al supporto consolare – convergono verso un obiettivo comune, cioè la tutela della persona nel proprio contesto culturale e familiare. Chi scopre che un parente è trattenuto oltrefrontiera ha margini d’azione reali, a patto di muoversi tempestivamente: richiedere la documentazione clinica, nominare un avvocato bilingue, invocare l’interprete professionale, preparare un progetto di cura in patria. Entro dieci giorni si può impugnare l’ordinanza del JLD; entro due settimane, con un dossier ben costruito, è spesso possibile ottenere la revoca o quanto meno il passaggio a un programma di cure esterne, preludio al rientro.


Conoscere la normativa, dialogare con i medici di entrambi i Paesi e sfruttare le vie di cooperazione consolare rappresentano le tre leve che trasformano la distanza geografica in un ponte terapeutico, anziché in un ostacolo. È questo il messaggio che il caso del signor T. consegna a tutte le famiglie italiane: la tutela della salute mentale non si ferma alla frontiera, ma richiede – e permette – una regia internazionale consapevole.


Fonti principali: Code de la santé publique, art. L 3211-12-1 e R 3211-19 (Legifrance) legifrance.gouv.frlegifrance.gouv.fr; direttiva 2010/64/UE eur-lex.europa.eulegifrance.gouv.fr; direttiva 2011/24/UE cleiss.freur-lex.europa.eu; regolamento 883/2004 e modulo S2 europa.eusozialversicherungen.admin.ch; legge italiana 833/1978, art. 33-35 legifrance.gouv.fr.

Commenti


bottom of page