La fiscalità francese è davvero più pesante di quella italiana?
- Rodolphe Rous
- 2 set
- Tempo di lettura: 4 min

Negli ultimi giorni la polemica sul cosiddetto dumping fiscale italiano ha riempito le pagine dei giornali e i dibattiti televisivi. Tutto è nato da una dichiarazione di François Bayrou, primo ministro francese, che ha accusato l’Italia di praticare una concorrenza fiscale sleale per attirare contribuenti facoltosi. Giorgia Meloni ha replicato con fermezza, affermando che le accuse sono “infondate” e che l’attrattività del sistema italiano deriva non da scorciatoie fiscali, ma da stabilità e credibilità. Dietro questo scambio polemico si nasconde una questione di grande attualità: la fiscalità francese è davvero più pesante di quella italiana?
Per rispondere occorre anzitutto chiarire che cosa significhi “dumping fiscale”. In senso tecnico, si parla di dumping quando uno Stato adotta regimi tributari di favore in grado di attirare persone o capitali in maniera sproporzionata rispetto alla media europea. L’Italia non è un paradiso fiscale, ma ha introdotto negli ultimi anni strumenti specifici per incentivare il trasferimento di residenza, soprattutto di soggetti ad alto patrimonio. Questi strumenti hanno avuto un forte impatto mediatico, perché hanno spinto molti contribuenti francesi ad attraversare le Alpi e a stabilirsi a Milano, Roma o Firenze.
Uno degli strumenti più discussi è il regime forfettario per i nuovi residenti, introdotto nel 2017 e recentemente modificato. Chi trasferisce la residenza in Italia può optare per il pagamento di un’imposta sostitutiva annuale di duecentomila euro, a prescindere dall’ammontare dei redditi prodotti all’estero. L’agevolazione dura fino a quindici anni e si estende anche alle successioni e donazioni aventi ad oggetto beni fuori dal territorio italiano. In pratica, un miliardario che possiede patrimoni immobiliari e finanziari in tutto il mondo paga la stessa cifra di un imprenditore con un reddito modesto, purché entrambi diventino residenti fiscali in Italia. È evidente che un regime di questo tipo genera un’attrazione fortissima, e non sorprende che Parigi lo percepisca come una forma di concorrenza fiscale aggressiva.
Accanto a questo, esistono altri regimi agevolati, come quello destinato ai cosiddetti impatriati, ovvero lavoratori che rientrano o si trasferiscono in Italia. In questo caso, una larga parte del reddito di lavoro è esclusa da imposizione per diversi anni. Il risultato è un’imposizione effettiva che può oscillare intorno al ventidue o ventiquattro per cento, molto al di sotto di quanto avverrebbe in Francia per lo stesso livello di reddito.
Tuttavia, se guardiamo al sistema italiano nel suo complesso, la situazione è più sfumata.
L’aliquota marginale massima dell’IRPEF è del quarantatré per cento e scatta già a partire da cinquantamila euro di reddito annuo. Ciò significa che un professionista o un dirigente con reddito medio-alto entra rapidamente nelle fasce più elevate. In Francia, l’aliquota massima del quarantacinque per cento è applicata solo oltre i centottantamila euro circa, quindi più tardi nel percorso di progressività. A questo si aggiunge che in Italia il peso contributivo sul lavoro è molto rilevante e spesso percepito come opprimente dagli imprenditori.
Se allarghiamo lo sguardo alla pressione fiscale complessiva, i dati OCSE mostrano che la Francia si colloca stabilmente oltre il quarantacinque per cento del PIL, mentre l’Italia si ferma intorno al quarantuno e mezzo. In termini macroeconomici, quindi, la Francia tassa di più. Ma la distribuzione di questo peso non è uniforme: Parigi grava in particolare sulla proprietà immobiliare e sul risparmio, con imposte patrimoniali tra le più alte d’Europa, mentre Roma mantiene un’imposizione immobiliare più moderata e un’imposta sulle successioni simbolica, con aliquote dal quattro all’otto per cento e franchigie molto ampie.
Per un contribuente francese con un patrimonio familiare importante, il confronto è impietoso. In Francia l’imposta di successione può arrivare al quarantacinque per cento, mentre in Italia la stessa trasmissione patrimoniale è tassata al quattro per cento con una franchigia di un milione di euro per ciascun figlio. È chiaro che famiglie benestanti guardino all’Italia come a un porto sicuro per la pianificazione successoria.
Per i lavoratori medi, però, il quadro cambia. L’Italia applica aliquote più severe già a partire da livelli di reddito non elevatissimi, e questo spiega perché molti italiani percepiscano la fiscalità domestica come pesante. In Francia, inoltre, esiste la Contribution sociale généralisée (CSG) e altri prelievi sociali che aumentano il carico effettivo, ma il livello di servizi pubblici garantiti, dalla sanità all’istruzione, resta spesso percepito come più elevato rispetto a quello italiano.
La domanda iniziale, allora, merita una risposta articolata. Sì, la fiscalità francese è in media più pesante di quella italiana, specie se consideriamo il rapporto tra prelievi e PIL. Tuttavia, per i redditi medio-alti l’Italia applica aliquote elevate più rapidamente e la pressione effettiva sul lavoro dipendente può risultare soffocante. Il vero punto di divergenza riguarda i contribuenti ad alto patrimonio: qui l’Italia offre regimi agevolati e un’imposta sulle successioni molto più leggera, configurando un vantaggio competitivo che può essere percepito come dumping fiscale.
In conclusione, ridurre la questione a uno slogan non rende giustizia alla complessità dei due sistemi. La Francia resta un Paese ad alta tassazione generale, l’Italia non è un paradiso fiscale ma ha introdotto strumenti mirati che attraggono capitali e individui facoltosi. Più che parlare di dumping, sarebbe forse più corretto parlare di strategie di attrattività selettiva, che ogni Stato europeo mette in campo per non perdere competitività in un contesto globale sempre più concorrenziale. La vera sfida, per l’Unione, sarà trovare un equilibrio tra la libera circolazione e la necessità di armonizzare la fiscalità, evitando una corsa al ribasso che rischierebbe di minare la solidarietà e il finanziamento dei servizi pubblici.




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